[8]

Art di Giulia Zoccarato.

Quando i businessman salgono sul tram l’orologio sopra l’autista segna le diciotto. Non mi ero accorta fosse così tardi. Padova in agosto è sempre uguale, una piastra rovente dall’alba al tramonto e pure qualche ora dopo, trentasei gradi fissi e l’aria che odora di particolato.
Gli uomini sfilano ordinati lungo il corridoio. Stasera sono in otto, indossano ciascuno un completo nero e una camicia bianca. Hanno cintura, scarpe e valigetta di pelle. Due di loro non portano la cravatta. Quasi tutti hanno la barba rasata con attaccatura netta sul collo e le guance.
Io mi stringo, sento la plastica rovinata del sedile grattare sotto il vestito e il freddo della spesa che attraversa la busta e mi irradia il petto. I businessman stanno in silenzio, e mentre attraversano il mezzo anche le chiacchiere degli altri passeggeri si spengono.

“Nemmeno un messaggio mi hai mandato. Ero preoccupato.”

Di fianco a me un ragazzo sovrappeso indossa delle cuffie a padiglione e gioca con il cellulare. La sua spalla sinistra preme contro di me. È ignaro di tutto, oppure è semplicemente disinteressato. Anche io indosso degli auricolari, ma i miei sono più piccoli. Li tocco due volte per interrompere la musica.
I businessman raggiungono l’articolazione centrale del tram, una piattaforma di metallo zigrinato con dei corrimano scuri e le pareti di gomma a soffietto. Vi si dispongono formando un cerchio.

“Non ti importa di me? Di quello che sento?”

Biglietto prego. Il controllore è una donna bionda e minuta, porta una giacca blu che sembra tagliata sulla sua forma. Io estraggo dalla borsetta l’abbonamento, glielo mostro e lei prosegue, controlla il ragazzo e poi passa ai businessman.
Al centro dello snodo il controllore deve appoggiarsi al corrimano per mantenere l’equilibrio. I businessman invece sembrano a loro agio, poggiano le valigette a terra e ciascuno le porge il biglietto che tiene nel taschino perché venga validato.
Dal sedile oltre il corridoio un’anziana si sporge verso di me, È emozionante vero? Io non prendo spesso il tram a quest’ora e quindi per me è la prima volta. Ha gli occhi che brillano. Io indico gli auricolari che indosso e con un gesto le comunico che non posso sentirla. In realtà potrei, è che non voglio.
Il controllore ha finito con i businessman ed è passata agli altri passeggeri.

“Io non sono sicura che questo ci faccia bene.”
“Questo cosa?”

Nell’articolazione di fronte a me i businessman aprono le loro valigette ed estraggono degli aironi di carta. Sono fatti di documenti di carta azzurra patinata, lunghi dieci centimetri, uno a testa. Tra le pieghe si vedono lettere e numeri. Li posizionano a terra ciascuno davanti a sé, poi si tirano in piedi tenendo la ventiquattrore al petto.
Il tram si ferma, scendono tre passeggeri, nessuno sale, riparte.
Il businessman più giovane avrà appena vent’anni. Nel tram ci sono degli studenti universitari con facce più vecchie della sua. Lui ha i capelli corti e scuri con la frangia, il viso pulito, qualche lentiggine e gli occhi gentili. Si avvicina e mi chiede se ho un accendino da prestargli. Io, io, eccolo!, esclama l’anziana. Il ragazzo mi fa un cenno di ringraziamento, poi si rivolge alla signora e ringrazia anche lei.
Con l’accendino illumina ciascuno degli origami. Appoggia la fiamma al becco, aspetta un paio di secondi e poi passa al successivo. Gli aironi bruciano lentamente. Il businessman restituisce l’accendino e ringrazia. (Non la smette più di ringraziare!). Si posiziona al centro della piattaforma.

“Credo che dovrei andarmene.”
“No, dai.”

Eccoli che cominciano. I sette businessman sono attorno al giovane, ciascuno con il proprio airone di fronte, battono i piedi sull’acciaio e le mani sulle valigette. Gli altri passeggeri applaudono seguendo il ritmo. Il tram percorre la periferia padovana. Il ragazzo armeggia con la cravatta, ha le mani che tremano e sorride. Allenta il nodo e fa passare un’estremità dell’indumento oltre il corrimano sopra di sé. La afferra dall’altro lato con qualche difficoltà. Grazie! Poi salta e tira la cravatta.

“Cazzo Marco, mollami!”

Il businessman regge cinque secondi. Ha il volto paonazzo e i muscoli contratti. Quando le braccia cominciano a cedere intervengono tre degli altri. Due tirano la cravatta per tenerlo sollevato. Il terzo si china per bloccare lo scalciare dell’impiccato. Il resto dei businessman e dei passeggeri continuano a tenere il tempo. La signora accanto a me osserva rapita la scena.
Le mani del ragazzo si contorcono nel vuoto, cercano il nodo ma non riescono a infilarcisi, si aggrappano alla testa del businessman che lo tiene fermo. Gli tirano i capelli, gli graffiano il viso, si fermano.

Quando scendo dal tram sento l’applauso dei passeggeri dietro di me. Abito in un quartiere residenziale ai margini della città, in questa zona alcuni dei condomìni si affacciano da un lato sulla strada e dall’altro sulla campagna. Le pareti multipiano contro l’aria e i campi, senza soluzione di continuità.

Mi allontano dalla strada, i palazzi ora coprono il sole ma fa comunque caldo. Imbocco un vicolo stretto da due recinzioni e dopo neanche quindici metri l’asfalto lascia posto a un sentiero sterrato. Cammino parallela alla barriera urbana. La terra è arida, ma tra il sentiero e il muretto dei cortili scorre una piccola roggia. Io appoggio la spesa sulla sponda erbosa, mi tolgo i sandali e immergo i piedi nel rigagnolo. Osservo le macchie viola sulla pelle distorcersi sotto lo scorrere dell’acqua.

Previous:

Scopri di più da DT

Abbonati ora per continuare a leggere e avere accesso all'archivio completo.

Continua a leggere