
Mi è stato chiesto più volte perché io scriva i miei romanzi utilizzando carta e penna anziché un computer come la maggior parte dei colleghi. Non è una velleità artistica né una tortura che ho voluto infliggere agli editor che mi hanno seguito nel corso di questi anni. Solamente, serbo un tremendo ricordo delle settimane trascorse ribattendo Baby Blue per poter spedire il manoscritto agli editori, ed evito in tutti i modi di ripetere quell’esperienza. Mi si potrebbe obiettare che la stesura di un libro è ben diversa dalla sua ribattitura e di certo non sarebbe un commento infondato, ma essendo nella posizione di poter chiedere all’editore l’assistenza di una persona non vedo perché il mio capriccio necessiti di una correzione.
Non scrissi Baby Blue con l’obiettivo della pubblicazione e fui convinto solo in seguito a presentarlo a delle case editrici, di qui la mia noncuranza iniziale nel redigerlo su carta anziché in digitale.
Dedicai quel libro a Katia e la storia dietro questo omaggio aggiunge un tassello al mosaico di questa abitudine. Fu lei a ispirare il mio primo romanzo e la stavo imitando quando impugnai la biro con l’intenzione di raccontare una storia. Non temo la gelosia di mia moglie quando parlo di Katia, perché già conosce queste vicende e, sebbene sia stata Katia il motivo per il quale mi dedicai alla scrittura, solo tramite il sostegno di Francesca riuscii a perseverare nell’intento di tramutare la passione in lavoro. È la perseveranza e non il talento la qualità necessaria a un bravo romanziere.
La incontrai nel 2016, durante il mio periodo da tesista a Padova. Katia era una dei volontari del progetto di ricerca al quale collaboravo, uno dei primi nell’ambito del CMR. In quanto studente i miei ruoli erano marginali rispetto a quelli dei colleghi più anziani. Mi occupavo soprattutto della burocrazia e dell’ordinamento preliminare dei dati, era un lavoro noioso e per questo mi ritrovavo spesso a consolarmi con il pensiero che tutto ciò non sarebbe durato più di un anno.
Come tutti gli altri volontari Katia arrivava al laboratorio quindici minuti prima del suo trattamento, compilava le scartoffie di rito e, una volta finita la seduta, non si tratteneva più di mezz’ora a discutere con gli operatori. Il suo gruppo contava una dozzina di persone e avevano tutte una routine simile; non ricordo alcun dettaglio di Katia che mi avesse colpito in quelle settimane iniziali.
La prima vera conversazione che ebbi con lei avvenne in un bar situato all’incrocio tra la passeggiata che corre lungo l’argine del Piovego e il ponte pedonale che conduce al Borgo Portello. Durante gran parte dell’anno quella zona era gremita di ragazzi e osservarla nella quiete dei giorni che andavano da capodanno all’Epifania mi ricordava che la mia carriera di studente stava finendo. Aspettavo una cioccolata calda al banco quando notai Katia seduta a un tavolo; mischiava lentamente il caffè e fissava un tascabile aperto, troppo distante perché potesse leggerlo davvero. Portava sul volto i pesanti segni della stanchezza, le occhiaie rosse impresse sul pallore della cute. Sebbene avesse appena trent’anni, in quelle condizioni ne dimostrava almeno dieci in più. Era stata l’ultima volontaria della mattinata e aveva terminato la seduta da meno di un’ora quando la vidi. Nonostante la tecnologia CMR non fosse ancora raffinata come quella odierna, anche allora era insolito osservare degli stati simili nei soggetti. Chiesi che la cioccolata mi venisse portata al tavolo e mi diressi verso la ragazza.
– Se volevi un caffè freddo potevi ordinarlo direttamente anziché fartelo da sola, anche se non mi pare la stagione più adatta.
Katia mi rivolse lo sguardo, riemergendo lentamente dalla sua distrazione: – Cosa?
– Niente, era una battuta sul caffè. Ti si sta raffreddando.
– Oh, grazie.
Avevo paura di risultare inopportuno, ma la sua reazione non mi sembrò scocciata e decisi quindi di indugiare nella conversazione. – Scusami, non volevo disturbarti. Io comunque sono Milo, – le dissi allungando la mano, – ci siamo già visti in laboratorio ma non credo di essermi presentato come si deve.
Lei mi strinse titubante la mano. – Piacere, sono Katia. E non mi disturbi, non preoccuparti.
– Cosa leggi di interessante?
Lei trattenne una risata, l’espressione trasognata aveva lasciato posto a un sorriso sornione. Rifletté un attimo. – Davvero? È questo il modo in cui tenti di rimorchiare?
– No beh, in realtà non volevo provarci. – In quel momento la barista sbucò alle mie spalle, poggiando la mia ordinazione sul tavolo della ragazza e sottolineando il gesto con un ecco a te.
Guardai la tazza e arricciai le labbra. Lei, portando gli occhi al cielo, mi disse di sedermi. Io obedii.
– Comunque davvero, avevo ordinato al banco, non ci sto provando. Ero solo preoccupato vedendoti così dopo la seduta.
– Così come? – Ovviamente sapeva la risposta e sebbene avessi subodorato la trappola non provai nemmeno a evitarla.
– Beh, così, – risposi roteando l’indice in direzione del suo volto.
– Hai davvero un pessimo modo di provarci.
– Ti ho detto che non ci sto provando!
– Peccato. – Sospirò scostandosi un boccolo nero dal volto e mettendo in mostra un brillante alone
d’inchiostro sul bordo del palmo.
A conti fatti quel suo approccio cancellò le preoccupazioni per cui mi ero avvicinato. Dopo una mezz’ora di chiacchiere ci lasciammo dandoci appuntamento per un caffè la sera del mercoledì successivo.
Uscimmo insieme una o due volte a settimana a gennaio e a febbraio. I nostri appuntamenti erano perlopiù aperitivi e cene in centro città che sfociavano in lunghe passeggiate tra le piazze o sugli argini del fiume. Quell’inverno fu molto rigido e infatti a quelle uscite associo lo scricchiolio della neve ferita dalle nostre suole quando le conversazioni si spegnevano in duri silenzi. Non accadeva spesso che finissimo gli argomenti, ma quando si parlava del futuro o della terapia che Katia affrontava settimanalmente lei si zittiva, assumendo l’aria distaccata che le avevo visto addosso quella prima volta al bar. Si immergeva nel pozzo dei propri pensieri e a me non restava che attendere la sua risalita. Erano attese dolorose e sottolineavano la distanza che ancora ci separava nonostante gli aspetti intimi che la relazione stava assumendo.
Capitava che ci riparassimo dal gelo nel mio appartamento. In quei casi finivamo sempre a fare l’amore, come accade all’inizio di ogni relazione. Dopo, Katia prendeva uno dei miei libri e tornata tra le coperte cominciava a leggerlo ad alta voce. Io mi facevo cullare delle parole e scivolavo in un sonno dolce e profondo. Quando mi svegliavo, e delle volte passavano anche delle ore prima che ciò accadesse, lei stava ancora leggendo in silenzio. A quel punto si voltava verso di me, sorridendo, e mi baciava la fronte. Chiudeva il libro e dopo essersi rivestita si tuffava nella notte ghiacciata, diretta verso casa.
La passione di Katia per la narrativa si estendeva oltre la sola lettura, come testimoniato dall’inchiostro che spesso macchiava la sua mano destra. Quando feci una battuta al riguardo, durante uno dei primi appuntamenti, lei mi rispose che preferiva scrivere a mano – Mi toglie la possibilità di stare troppo tempo a rivedere quanto già scritto, di tornare indietro in cerca di errori. Mi costringe a proseguire nel racconto. – L’atmosfera a quel punto si era però raffreddata e portai il discorso altrove per uscire da quell’ennesimo stallo. La sera stessa, cercando su internet, scoprii che aveva scritto due romanzi fantasy pubblicati da piccole case editrici, forse previo pagamento, e una raccolta digitale di racconti dello stesso genere. L’ultimo lavoro risaliva a cinque anni prima.
Andai a casa di Katia una sola volta. Era da poco passata le metà di febbraio e la nevicata che mi aveva accompagnato durante il tragitto si era tramutata in una pioggia infida, inzuppandomi gli abiti. Sebbene dovessimo uscire, vedendomi in quello stato Katia mi invitò nell’appartamento perché potessi sistemarmi. La sua coinquilina, che faceva l’infermiera, era di turno quella sera ed eravamo quindi soli. L’abitazione consisteva in una piccola cucina, un bagno e due camere da letto, una delle quali, quella dell’infermiera, era stata in principio un soggiorno. Mi portò in camera sua e mi fece togliere la giacca e il maglione così che potesse asciugarli con il phon. Ne approfittai per sbirciare nella sua stanza, alla ricerca di qualcosa da poterle leggere sopra l’ululato dell’elettrodomestico. Oltre a un armadio con le ante a specchio la camera contava una piccola libreria, due mensole, una scrivania e un letto affiancato da un comò. C’erano degli abiti abbandonati in un angolo e una collezione di libri che stava sparsa sopra ogni superficie disponibile senza un ordine apparente. Sulla scrivania giaceva una risma di fogli usati. Almeno una dozzina di essi erano coperti fino a metà di testo scritto a mano, e su ciascuno delle linee orizzontali eliminavano quanto scritto. Mi sforzai di leggere oltre le cancellature e notai che erano tutti incipit per uno stesso racconto. Parlavano di una macchina che correva di notte lungo la riviera adriatica e di due sorelle che una volta scese si tuffavano in un mare quieto e oscuro. Sebbene le parole cambiassero, la storia rimaneva sempre quella e si fermava puntualmente al momento in cui le ragazze si addentravano tra i flutti.
Decisi di non parlarle dei fogli, ero certo che avrebbe portato a una nuova chiusura da parte sua. Scelsi dalla libreria un’edizione sgualcita de Il fu Mattia Pascal e la raggiunsi in bagno.
La settimana successiva usai la scusa della tesi per andare a parlare con lo psicologo che seguiva i nostri volontari durante i mesi di sperimentazione. Come dicevo la CMR era ancora una tecnologia in fase di sviluppo e non sapevamo che tipo di ripercussioni la riabilitazione mnemonica potesse avere sulle persone.
Lo psicologo del gruppo era un uomo brizzolato e in forma. Ricordava uno di quegli attori troppo belli per la parte che si trovano a interpretare. Non che fosse inadeguato per la mansione che svolgeva, semplicemente appariva fuori luogo. Gli chiesi come procedevano le sedute e se ci fossero dei soggetti che risentissero particolarmente della terapia. Fui cauto nella mia indagine, temevo il putiferio che avrebbe provocato la scoperta della mia relazione con Katia. Mi disse che i volontari, chi più o chi meno, erano tutti riusciti a gestire i risultati ottenuti con la terapia. Solo una persona non era stata in grado di affrontare in modo sano le memorie ritrovate, ma per fortuna tale soggetto aveva abbandonato il progetto dopo appena due settimane di trattamenti. Ovviamente il soggetto in questione era Katia, e altrettanto ovviamente lei gli aveva mentito. Si era sottoposta a una seduta di CMR soltanto il giorno prima.
Le chiesi di incontrarci quella stessa sera.
Nonostante marzo fosse alle porte, la temperatura non accennava a risalire e le strade erano coperte di pozzanghere ghiacciate e scintillanti. Nel locale, che stava in un vicolo accanto alla piazza del mercato, c’eravamo soltanto noi e un’altra coppia che conversava nella penombra. Per la prima mezz’ora restammo a parlare di serie TV e altre sciocchezze. Sono certo di averle mandato dei messaggi chiari riguardo il mio nervosismo, non sono mai stato bravo a celare i miei stati d’animo, eppure Katia non mi chiese niente; se aveva notato qualcosa di strano non lo dava a vedere. A un certo punto andò in bagno, e quando tornò raccolsi il coraggio e l’affrontai.
– E quindi? A te perché dovrebbe importare? – mi rispose, una volta che finii di raccontare quello che avevo scoperto.
– Non so perchè mi importi e non so che ti passi per la testa, non so se si tratta di tua sorella o cos’altro, ma non puoi affrontare questa cosa da sola.
Le mie parole dovevano aver fatto centro perché, sebbene si sforzasse di mantenere un’aria distaccata, vidi i suoi pugni contrarsi.
Si alzò dal tavolo. – Eppure è proprio ciò che intendo fare, Milo.
– Ma siamo in due, cazzo!
– Peccato.
Nelle settimane che seguirono incontrai Katia soltanto nell’ambito della terapia. I nostri rapporti erano tornati a essere formali e la cosa, soprattutto nel primo periodo, mi faceva impazzire. Se da un lato volevo vendicarmi per l’assurdità alla quale mi aveva sottoposto, dall’altro avevo paura che se l’avessi messa con le spalle al muro lei avrebbe rivelato la nostra relazione. Quindi nascosi la testa sotto la sabbia dello studio e, come mi scoprii sempre a fare nei momenti difficili, ripresi a fumare.
Con il trascorrere delle sessioni gli effetti che le sedute avevano su Katia si fecero sempre più evidenti. Sebbene i valori fisiologici continuassero a risultare regolari il suo aspetto andava peggiorando. Le occhiaie si facevano più marcate e notai che aveva cominciato a mangiarsi le unghie fino al limite del sanguinamento. Aveva un fare nervoso e capitava spesso che le sfuggisse di mano la penna mentre firmava il modulo delle presenze. Il passare del tempo assieme alla visione delle sue condizioni tramutarono un poco per volta il mio livore in compassione.
Katia finì il trattamento a maggio e un mese dopo la chiamai per chiederle di vederci.
Ci trovammo sul ponticello che attraversava il Piovego. Era una giornata di sole e si sudava anche in maniche di camicia. La individuai in mezzo al viavai di studenti, stava appoggiata al parapetto con entrambi i gomiti e osservava il canale e le alghe che ne abitavano il letto. Appariva ancora molto provata, ma in modo diverso. Quando si voltò verso di me lo fece lentamente, quasi fosse avvolta in un liquido viscoso. Ci salutammo con un cenno.
– Mi dispiace non avrei dovuto trattarti in quel modo. – disse lei dopo dei banali convenevoli.
– Beh, immagino non importi più, giusto?
– Già. Sai, Milo, all’inizio non credevo mi importasse della tua presenza. Poi mi hai chiamata e ho cambiato idea.
Stavo per chiederle cosa intendesse, ma mi interruppi vedendola sfilare dalla tracolla che indossava una risma di fogli. Guardò per un momento il plico e poi lo gettò nell’acqua che scorreva oziosa sotto i nostri piedi. Osservai le pagine disperdersi come foglie e depositarsi sulla superficie. Erano coperte di testo e su nessuna riuscii a vedere delle cancellazioni.
– Ha funzionato, quindi. Hai finito. – Sospirai, lo sguardo sugli ultimi coriandoli che, sospinti dal vento caldo, ancora ondeggiavano nell’aria.
– Sì, ho finito. Ma non ha funzionato.
Sarebbe bello ora romanzare il finale di questa storia raccontandovi di come lei fosse sparita tra la folla di studenti, ma non è così che andò. Ci fermammo a prendere una bibita e mi disse che aveva già lasciato la città per tornare a vivere con i suoi genitori. La accompagnai alla stazione e ci salutammo con un bacio sulla guancia.
Da allora sono passati trent’anni e, per quanto ne so, Katia non ha più scritto nulla.